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------------------Appunti di semiologia
--------------------------------sul lavoro di Riccardo Pangallo
-------------------------------------------------------a cura di Antonio Bertoli
---------Il caso è oggettivo
----------------------------------André Breton
Uno dei cardini fondamentali sui quali si è mossa l’avanguardia artistica del Novecento, e conseguentemente quella contemporanea, è la comunicazione e dunque l’intervento sullo statuto stesso del linguaggio visivo, gestuale o linguistico in senso stretto.
L’intervento è stato soprattutto sul “segno”, sulla correlazione tra significante e significato, e quindi di natura prettamente semantica. Operando quasi costantemente una distrazione del significante dal suo dovere di significare quel preciso significato e dunque di trasmettere quel preciso senso, l’arte ha cercato di liberarsi dai vincoli in cui era costretta e di liberarsi per estensione dalla rigidità del mondo, della società e delle sue strutture.
Le ormai storiche e famose esposizioni di oggetti di uso comune elevati al rango dell’arte (Duchamp, Pop Art, Nuoveau Réalisme, Iperrealismo, ecc.) non avevano altro significato che questo, infatti, e cioè quello di svelare lo statuto convenzionale e mediato della realtà: l’opacità e la rigidità di questa non sono dati di natura irrefutabili e incontrovertibili ma convenzioni umane e sociali. Per dirla con Berger e Luckman: “la realtà è una costruzione sociale”.
Questa costruzione si realizza in primo luogo tramite il linguaggio e dunque è proprio su di esso che si può agire più efficacemente per scardinarne le fondamenta e ridare all’uomo il senso della sua potenzialità. Il significato di tutto questo è che niente è immutabile, che tutto può cambiare, anche la nostra stessa idea di società e di realtà; l’uomo è completamente libero se ritrova l’assenza di fondamento delle strutture sociali e l’unica verità possibile: egli stesso è l’artefice del proprio mondo.
Se questa è l’interpretazione di base del processo fin troppo evidente in alcune operazioni artistiche e fin troppo velata in altre, ma in ogni caso comune a tutte- allora si può estendere il discorso fino a coinvolgere il concetto di senso.
Il senso (della realtà, delle parole, delle cose, del mondo, dell’essere…) è una fascia semantica che scorre al di sotto dei significati e costituisce e costruisce il concetto di realtà cui ci adeguiamo, in cui viviamo e che contribuiamo a rinsaldare da una parte adattandoci ad esso e dall’altra parte adottando quotidianamente lo stesso modello linguistico (che produce e ha come senso proprio quello di produrre lo stesso senso...).
Separare i due cardini della struttura del linguaggio (significante e significato) e distrarli dal loro dovere di significare obbligatoriamente un dato significato o insieme di significati (“questo vuole dire questo”, “quello vuole dire quell’altro”, ecc.) significa dunque modificare il senso della realtà e, per estensione, modificare la stessa realtà.
La grande rivoluzione estetica del Novecento o forse la grande utopia estetica, diretta erede e premonitrice dei movimenti di liberazione che hanno attraversato il secolo approdando ad oggi- si è fondata proprio su questo: liberare il linguaggio per liberare l’uomo e il mondo.
Questa lunga premessa serve a contestualizzare l’opera di Riccardo Pangallo, ed è proprio in funzione dell’apparente facilità di fruizione e dell’esilarante comicità dei suoi montaggi e doppiaggi che essa acquista maggior forza .
La risata liberatrice che il lavoro di Pangallo induce scaturisce direttamente dallo spostamento del senso di cui abbiamo parlato: il personaggio televisivo, cinematografico o politico, le situazioni e i contesti utilizzati, la pubblicità: tutto viene distratto quasi violentemente dal suo dovere di significare e riportato su un altro livello semantico, il più delle volte spostato sulla quotidianità ordinaria (che è l’esatto contrario del “palcoscenico” televisivo e cinematografico). Da qui scaturisce la comicità e l’apparente assurdità degli spezzoni di Pangallo e la risata liberatrice che puntualmente ne deriva.
L’operazione, per quanto possa sembrare semplice, è invece estremamente complessa e intenzionale, sia sul piano del lavoro compositivo (montaggio e doppiaggio) che dell’elaborazione (scrittura, studio, valutazione).
Scrive Pangallo:
“L'immagine è una rappresentazione della realtà. E' incorporea e priva di sostanza, ma assomiglia così tanto alla realtà che viene associata ad essa e, spesso, addirittura confusa. L’immagine ha un potere di convinzione sullo spettatore superiore a qualunque altro mezzo di comunicazione ed è in grado di farsi accettare anche dal fruitore che non l’apprezza. Premesso che il linguaggio dell’immagine è quanto di più affascinante sia stato creato da un secolo a questa parte, bisogna però prendere coscienza che è anche il più insidioso dei mezzi di comunicazione”.
Il lavoro di Pangallo procede tramite la scomposizione del linguaggio, vale a dire praticando lo smontaggio in singole inquadrature per poi effettuare un rimontaggio basato sulla decontestualizzazione: l’effetto che ne deriva -oltre al divertimento, la cosa più immediatamente percebile- ridimensiona il potere delle immagini svelandone il valore fittizio e il delicato equilibrio che regge il loro rapporto di senso. In sostanza, Pangallo ne cambia il significato e il contenuto senza intaccare minimamente la loro forza di persuasione, anzi utilizzandola a pieno titolo.
Il lavoro -come detto in precedenza- è piuttosto complesso: per ogni sequenza finita di circa due minuti, Pangallo visiona dalle quattro alle sette ore di immagini, sceglie quelle che gli possono tornare utili e le riversa su un supporto adatto alla manipolazione. Contestualmente scrive una scheda che ne elenca luoghi, azioni, personaggi, piani, campi, ecc. Interviene poi il lavoro vero e proprio di manipolazione: montaggio e doppiaggio, con particolare attenzione al sincronismo labiale e gestuale. Il montaggio delle sequenze è per la maggior parte dei casi una modificazione di quello originale: Pangallo introduce primi piani o altre inquadrature che non esistono affatto in originale, laddove i dialoghi indotti dal doppiaggio lo richiedono, tratte da altri momenti o addirittura da altri film o riprese. Altre volte le sequenze manipolate sono il frutto del montaggio di vari film recitati da vari attori, che si trovano così tutti insieme all’interno di una stessa “vicenda”, originando spesso un effetto di straniamento e di incongruenza spazio-temporale che decontestualizza costantemente lo spettatore e il senso del tutto. Altre volte Pangallo gira addirittura delle nuove scene, che poi inserisce nelle sequenze scelte in precedenza.
Lo stesso discorso si può fare rispetto al doppiaggio e al sonoro, in cui Pangallo “monta” la sua voce al posto dell’originale, sia a livello singolo che inserendola all’interno del contesto sonoro originale, oppure creando addirittura appositamente dei nuovi suoni.
E’ ovvio che un lavoro di questo tipo prescinde da un genere specifico e si può adottare rispetto a qualsiasi contesto visivo-sonoro, e infatti Pangallo attraversa tutti i generi: dal cinema (all’interno del quale viene a sua volta coinvolto tutto lo “scibile”, dal muto fino al genere catastrofico, la fantascienza, il film d’azione, d’introspezione, ecc.), alla televisione: anche qui non importa cosa, dalla pubblicità alla politica e all’attualità.
L’effetto che ne deriva è esilarante sotto il profilo della comicità e “squinternante” sul piano del senso e della significazione. Un enorme lavoro semantico che -producendo una risata liberatoria- origina un’effettiva liberazione dalla schiavitù delle immagini cui siamo sottoposti costantemente e un nuovo senso, se non proprio di libertà almeno di alleggerimento.
Si potrebbe dire così: il lavoro di Pangallo ci fa stare decisamente meglio…
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Antonio Bertoli

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